APPELLO CONTRO LE BOCCIATURE

“Non bocciare. A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno. Agli svogliati basta dargli uno scopo”. Sono passati cinquant’anni da quando don Lorenzo Milani scriveva queste tre riforme della scuola in “Lettera ad una professoressa” ma nello schema di decreto legislativo recante “Norme sulla valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato a norma dell’articolo 1, commi 180, 181 e 182, della legge 13 luglio 2015, n. 107” all’articolo tre è stata reintrodotta la bocciatura alla scuola primaria.

Dopo che autorevoli componenti della VII Commissione della Camera avevano annunciato la soppressione della bocciatura dalla scuola primaria, la ministra Valeria Fedeli ha voluto reintrodurre la norma precedente ovvero “i docenti della classe in sede di scrutinio, con decisione assunta all’unanimità, possono non ammettere l’alunno alla classe successiva solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione”.

I cosiddetti casi “eccezionali” solo nell’ultimo anno scolastico 2015/2016 sono stati 11.071 e nell’anno precedente 11.866.

Chi di noi lavora nella scuola o si occupa di formare i futuri maestri sa non solo quanti sono i respinti ma anche chi sono: figli di immigrati, ragazzi meridionali provenienti dalle famiglie più povere, bambini rom.

Oggi come ai tempi di don Lorenzo Milani “la scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde”. La nostra scuola anche oggi perde il 15 per cento dei ragazzi.

Dietro questa percentuale noi vediamo i volti dei nostri bambini che non hanno certo bisogno di essere respinti ma di maggiore risorse umane, di insegnanti di sostegno formati, di educatori di strada, di una scuola più lenta, capace di ascoltare le esigenze di questi bambini, di captare le loro difficoltà e quelle delle loro famiglie.

Come scriveva Janusz Korczak noi dobbiamo “rispetto alle sconfitte e alle lacrime del bambino. Dobbiamo rispetto alla sua ignoranza”.

Come insegnanti e pedagogisti respingiamo l’idea che la nostra scuola  dopo cinquant’anni non abbia ancora compreso che non può respingere nessuno alla primaria ma può solo far valere l’articolo 3 della nostra Costituzione anche per i bambini che sono cittadini alla pari dei “grandi”. E’ lo stesso don Milano ancora a ricordarci che “La scuola non è un ospedale che cura i sani e respinge i malati” e che abbiamo fare una sola cosa: Richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passar per pazzi”.

E’ per questo che ci appelliamo a lei, ministrA, perché ascolti il parere di chi nella scuola vive da anni e conosce i bambini e tolga dallo schema di bozza delle norme sulla valutazione l’articolo tre così come citato.

 

( all’appello lanciato da Alex Corlezzoli aderiscono MCE e altre associazioni)

 

 

 

 

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VOTI E BOCCIATURE

Intorno a voti e bocciature nella scuola di base

si gioca una battaglia culturale su quale società vogliamo costruire

di Franco Lorenzoni (  da ‘L’Internazionale‘)

Alla fine i voti sono rimasti anche nella scuola primaria e media. Ministra e governo hanno avuto paura di andare contro l’opinione prevalente degli insegnanti, già abbondantemente irritati per alcune pessime conseguenze della legge della cosiddetta buona scuola e contro diversi opinionisti di peso, che vedono nei voti e nelle bocciature i simboli di una scuola seria e rigorosa.

Insegno nella scuola elementare da 38 anni e continuo a domandarmi come sia concepibile affibbiare a un bambino un voto in geografia, italiano o matematica nei primi anni di scuola. A chi stiamo dando quel voto? Al grado di istruzione della sua famiglia? Al grado di ascolto che hanno avuto le sue prime parole a casa? Alle esperienze che ha avuto la fortuna di fare? Al destino che ha fatto giungere proprio qui la sua famiglia da campagne analfabete o dalle periferie di qualche megalopoli africana o asiatica?

Sono convinto che quei voti, dati nei suoi primi anni di scuola, non abbiano alcuna giustificazione e non contengano alcun valore pedagogico. Eppure un peso ce l’hanno, eccome! E’ a partire da quei primi voti, attesi da casa con sempre maggiore trepidazione, che la bambina o bambino comincerà a scivolare e collocarsi, come la pallina di una roulette, dentro alla casella data da una classifica arbitraria di presunti meriti, che aumenteranno o avviliranno grandemente la sua fiducia in se stesso.

 

Ci apprestiamo quest’anno a celebrare i 50 anni della “Lettera a una professoressa”, scritta nel corso di un lavoro durato mesi da un gruppo di ragazzi contadini delle montagne del Mugello, guidati da don Lorenzo Milani nel suo ultimo anno di vita.

“Non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”, è scritto in quelle pagine. E ancora: “La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde. La vostra “scuola  dell’obbligo” ne perde per strada 462.000 l’anno. A questo punto gli unici incompetenti di scuola siete voi (insegnanti) che li perdete e non tornate a cercarli”. A 50 anni di distanza da quell’accorata denuncia la nostra scuola perde ancora il 15% di ragazzi e, se si considerano separatamente i maschi, la cifra supera il 20%, anche se è leggermente calata negli ultimi anni.

“Una scuola che seleziona distrugge la cultura – prosegue la Lettera -. Ai poveri toglie il mezzo d’espressione. Ai ricchi toglie la conoscenza delle cose. (…) Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. E’ più facile che i dispettosi siate voi.”

 

Di dispettosi la scuola ne ha conosciuti e ne conosce purtroppo molti, a partire dai posti di comando. Basti ricordare che dieci anni fa, quando Tremonti faceva il Ministro dell’Istruzione con la faccia di Mariastella Gelmini, l’Italia fu l’unico paese in Europa a ridurre drasticamente la spesa in istruzione, sottraendo alla scuola di base più di 8 miliardi: quasi una finanziaria sulle spalle dei più piccoli. Lo stesso Tremonti, che aveva esaltato il ritorno all’antico con il fascistoide “Un maestro, un libro, un voto”, dovette ricredersi e affermare in una intervista che, effettivamente, la nostra scuola elementare era di qualità, “ma non possiamo permettercela”.

A un paese che, al di là di tante promesse non mantenute del governo Renzi, continua a non riuscire a permettersi una scuola degna di questo nome – come spazi, come tempi, come qualità di formazione dei suoi docenti – dovremmo domandare tutti con forza quale futuro stia preparando per i suoi cittadini, dato che oltre il 50% di adulti non è in grado di intendere un testo scritto minimamente complesso. Siamo tornati al 2008 perché è allora che fu reintrodotto nella scuola elementare il voto decimale, impunemente spacciato come presunto ritorno alla serietà. Va detto con onestà che allora quel ritorno fu accolto con grande indifferenza e diffusa soddisfazione dalla maggioranza degli insegnanti.

Se proviamo a entrare dentro al dettaglio del voto, scopriamo che intorno alla proposta cassata del superamento dei voti decimali si sono agitati in questi mesi aggressivi fantasmi, che bene esprimono idee diverse di scuola e di società.

Socialmente la scuola primaria oggi è un luogo delicatissimo, una sorta di pronto soccorso culturale – e interculturale – tanto necessario quanto fragile. E’ qui che si prova a costruire a fatica, giorno dopo giorno, una prima risposta al dettato dell’articolo 3 della Costituzione, che invita a rimuovere gli ostacoli che trasformano le differenze in discriminazioni.

E’ nelle sue aule che il 20% di bambini stranieri accedono, spesso a fatica, a un uso articolato della lingua italiana ed è qui che molte insegnanti, quasi tutte donne, si cimentano con dedizione e persuasione a realizzare ciò che nessuno sa ancora bene come fare: costruire una relazione viva con la cultura e articolare un uso di strumenti logici capaci di aiutare ad intendere la storia e i fatti del mondo, attraverso un insieme di conoscenze elementari da costruire insieme, in gruppi di bambini assai disomogenei. Operare in questo modo è straordinariamente difficile perché comporta la creazione di una piccola comunità solidale, capace di ascolto reciproco. Esattamente il contrario di ciò che accade fuori dai muri della scuola, nelle strade di città in cui cresce sempre più la diffidenza, l’intolleranza, l’arrogante pretesa di difendere i propri piccoli o grandi privilegi particolari.

Diversità è bellezza è un bello slogan, ma rischia facilmente di scivolare nella retorica se non ci diciamo quanto la convivenza tra diversi comporti fatica, lavoro, impegno e una grandissima creatività nel sapere affrontare giorno per giorno difficoltà di ogni genere, che non provengono solo dalla presenza di tante e diverse culture di provenienza, ma da molteplici difficoltà familiari che si riversano nella scuola. La quantità di sofferenze e insofferenze di ogni genere, portate nella scuola da bambine e bambini, sono infatti in continuo aumento.

Di fronte a questa sfida culturale, di cui troppo pochi si assumono la portata politica, la scuola appare fragile e sembra investita da una sorta di epidemia valutativa. Assistiamo al paradosso di ore e ore di corsi dedicati alla valutazione degli apprendimenti e all’attestazione delle competenze, senza un’equivalente attenzione e sperimentazione di contesti capaci di suscitare e valorizzare le conoscenze e competenze diverse che i bambini covano in se stessi.

 

I bambini hanno un grande bisogno di essere ascoltati, ma spesso noi insegnanti sembriamo non avere tempo sufficiente per questo. Hanno bisogno di vivere esperienze concrete e momenti di libera espressione, sperimentare i più diversi linguaggi liberi da giudizi che spesso avviliscono la memoria e la percezione di sé. Hanno certamente anche bisogno di conoscere le difficoltà che incontrano ed essere sollecitati ad accorgersi e a ritornare su una frase che comunica a fatica un pensiero, un’operazione sbagliata, un ragionamento o collegamento privo di coerenza logica. Ma queste necessarie sottolineature delle difficoltà che ciascuno incontra, si possono fare con un appunto a margine del foglio, una conversazione condivisa e anche con un punteggio specifico, nel caso di prove strutturate. Il problema è che quando questi dati disomogenei si rapprendono in un voto sul registro elettronico ogni mese o a fine quadrimestre, è pressoché inevitabile che quel numero si incolli al bambino. Così la valutazione, invece di essere un elemento utile a capire qualcosa di più del proprio percorso di apprendimento, si trasforma in un giudizio sul bambino tutto intero, che rischia di restare imprigionato nelle sue incapacità, in una scuola che si trasforma in luogo di impotenze apprese, come le chiama Daniela Lucangeli, che da anni studia con rigore difficoltà e fallimenti nell’apprendimento della matematica.

Per quattro anni ho avuto la fortuna di avere un dirigente scolastico sensibile e rigoroso che, negli scrutini e consigli di classe di elementari e medie, chiedeva di evidenziare nei ragazzi solo ciò che sapevano fare, pretendendo che tutti noi insegnanti si facesse lo sforzo di imparare a osservare le competenze che ciascun ragazzo aveva o stava sviluppando, arginando le pigre lamentele di chi si ferma a considerare le inevitabili mancanze e perpetua la vieta discussione se sia meglio punire per fargliela vedere o stimolare un cambiamento di atteggiamento con un voto di incoraggiamento.

E’ il voto stesso che va messo radicalmente in causa perché, quando la scuola porta i ragazzi a studiare solo per il voto, stiamo già tutti cominciando a perdere. Non è possibile, infatti, che noi insegnanti non ci si assuma la nostra parte di responsabilità di fronte agli oltre due milioni di giovani che nel nostro paese non lavorano e hanno smesso di studiare. Che non trovino lavoro è un problema immenso, ma che non ritengano lo studio un luogo dove potere crescere e abbiano perso ogni fiducia riguardo alla bellezza del conoscere e del costruire l’autonomia del proprio pensare è un nodo culturale di cui non possiamo non farci carico.

Circolano nelle scuole, negli ultimi anni, diversi documenti che riguardano i ragazzi con diverse difficoltà: i cosiddetti BES, acronimo che sta per Bisogni Educativi Speciali. Come molti adempimenti possono essere compilati con fastidio, in modo sciatto e burocratico, o utilizzati come stimolo a ripensare il nostro difficilissimo mestiere. Un mestiere artigiano in cui dobbiamo avere la pazienza e il coraggio di mettere a punto gli strumenti del nostro operare ogni volta, perché ogni gruppo bambini o ragazzi è un organismo complesso, composto da difficoltà e potenzialità sempre nuove, per affrontare il quale non ci sono ricette belle e pronte.

Ora la difficoltà maggiore che incontriamo sta nel sapere osservare con cognizione di causa il contesto in cui agiamo, accorgendoci quanto lo condizioniamo. Nella maggioranza dei casi, infatti, la relazione con il sapere e la motivazione al conoscere e al mettersi in gioco di bambini e ragazzi passa per il corpo di noi insegnanti, passa per i nostri atteggiamenti e comportamenti, spesso inconsapevoli.

Ecco perché la trasformazione della classe in una comunità capace di ascolto reciproco non è altra cosa dall’approfondimento personale delle conoscenze. Non ci sono quelli della scuola seria, che si preoccupano dei contenuti, e quelli della scuola buona che privilegiano le relazioni e lo star bene. Le due cose sono strettamente legate checché ne pensi Paola Mastrocola o il loquace Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. La domanda intorno cui lavorano le insegnanti più serie e persuase è questa: quali sono le condizioni perché un bambino o ragazzo arrivi a pensare che, se in classe un mio compagno ha qualche difficoltà e resta indietro, la cosa mi riguarda?

La risposta più affilata ai fautori del ritorno alla bocciatura l’ha data Cinzia Mion, una dirigente scolastica del Movimento di Cooperazione Educativa ormai in pensione. “Chissà perché – scrive in un post – leggendo il manifesto del Gruppo di Firenze contro l’abolizione dei voti e il divieto di bocciare mi è venuto subito in mente un gioco di Eric Berne dal titolo molto eloquente: Ti ho beccato, figlio di puttana.

Chissà perché mi viene in mente che nella teoria dei giochi di Berne, consistenti in transazioni complementari per ottenere un risultato ben prevedibile, il tornaconto personale del gioco dalla denominazione un po’ faceta è la vendetta.

Chissà perché a proposito della ineludibile dose di sadismo, che trapela da tutto ciò, mi viene in mente l’analisi di Kaes quando afferma: “La passione che anima le attività di formazione al di là di ogni dottrina ed ogni ideologia, è da attribuirsi al fatto che il desiderio di formare è un’emanazione della pulsione di vita: si tratta di creare la vita e di mantenerla. Ma insieme alla pulsione di vita ed in lotta con essa sono costantemente all’opera le pulsioni distruttive. Il desiderio di dare la vita si intreccia con il desiderio di distruggere l’essere in formazione che sfugge al formatore, che ferisce il suo narcisismo resistendogli, non piegandosi a diventare l’oggetto ideale desiderato. Questa ambivalenza marca profondamente gli atteggiamenti degli insegnanti proprio in quanto formatori. (…) Chissà perché mi risuonano alle orecchie le lamentele di un’insegnante famosa per il suo rigore, paladina della bella lezione trasmissiva che delusa esclama “i ragazzi non ti seguono più”… e non le passa nemmeno per la testa di “autointerrogarsi”.

L’invettiva motivata di Cinzia Mion amplifica l’eco di un documento sottoscritto dal Movimento di Cooperazione Educativa e da diverse associazioni professionali di insegnanti di diverso orientamento. E’ l’appello Voti a perdere, sottoscritto da oltre duemila insegnanti.

Certo, la trasformazione dei voti in lettere non avrebbe cambiato le cose di per sé, ma forse avrebbe favorito il tornare a ragionare a fondo, con radicalità e urgenza, sulle conseguenze discriminatorie della troppo diffusa valutazione punitiva. I dati ci dicono infatti che un ragazzo bocciato moltiplica di oltre dieci volte le sue possibilità di andare ad aumentare le percentuali della dispersione scolastica, altissime nelle periferie di molte nostre città.

I ragazzi che oggi smettono di studiare hanno caratteristiche quasi opposte rispetto ai figli dei contadini di montagna di cui si occupò con totale dedizione Don Lorenzo Milani. Vivono infatti la loro forzata inattività circondati da gadget e cellulari. Figli  di un consumismo forsennato e dissennato, sono aggrediti fin nell’intimo da altre forme di povertà culturali e relazionali, forse ancor più difficili da contrastare. Eppure, 50 anni dopo, anche per loro vale la denuncia dei ragazzi del Mugello: “La scuola è un ospedale che cura i sani e respinge i malati”.

 

 

Bocciare sbocciare

Castigare, bocciare, selezionare: un déjà vu

Stupisce che una ministra che all’atto dell’insediamento ha dichiarato di voler dialogare ‘con tutti’ si sia subito pronunciata  a favore dei voti in decimi e del mantenimento delle bocciature fin dalla primaria.

Forse non giunge al suo livello la percezione che una scuola che boccia è una scuola che produce quegli alunni di cui parlano i 600 dell’appello: alunni che non sanno argomentare, a cui non si è data possibilità di distinguere accuratamente fra parlato e scritto, non allenati a considerare i testi come organismi dinamici, a cui si richiede di apporre delle crocette  e non si fanno compiere le esperienze fondanti di costruzione dei significati. Una scuola fatta per lo più di lezioni trasmissive è la scuola che può bocciare ‘con scienza e coscienza’ perché misura livelli di adeguatezza e di approssimazione a quanto ha ‘insegnato’. Mentre una scuola della ricerca, della narrazione, della creatività, della discussione è una scuola che si rinnova ad ogni giorno, deve offrire strumenti e cercare di consolidare le competenze in nuce che farà emergere.

  1. I VOTI Non si può parlare di bocciature e insuccessi senza mettere in discussione il sistema di valutazione con i voti decimali. Constatati i danni indotti dal decreto sulla valutazione del 2008 del min. Gelmini che ha reintrodotto i voti, il MOVIMENTO DI COOPERAZIONE EDUCATIVA, ha lanciato nel 2015 la campagna ‘VOTI A PERDERE’ cui hanno aderito venti altre associazioni professionali e di genitori e molti pedagogisti, insegnanti, dirigenti scolastici.

La reintroduzione nel 2008 dei voti ha peggiorato la qualità della didattica e ridotto la valutazione a procedura sommativa, in definitiva  a misurazione, consentendo  di interpretare numeri cardinali attribuiti al singoli come elementi di una scala ordinale, istituendo così graduatorie indebite nelle classi.

Gli effetti sono stati abbondantemente descritti e sono osservabili in molte situazioni scolastiche: riduzione dell’autostima e della fiducia o sopravvalutazione delle proprie potenzialità,  riduzione della motivazione ad apprendere a meccanismi di rinforzo esterno, confronto e  competizione, clima di classe attento al risultato personale  e non alla comune progressione, aggressività, forme di ansietà da prestazione, scarso sviluppo di competenze euristiche e metacognitive, una didattica trasmissiva e banalizzante. I voti non incentivano impegno ma tendenza all’imitazione e alla ripetizione, all’adeguamento a modelli esteriori. Riconoscere il valore di ognuno e l’apporto che ognuno pur con i propri limiti è in gradi di dare è la chiave della motivazione, non disincentiva allo studio, non incoraggia la pigrizia.

2) L’OBBLIGO SCOLASTICO La scuola dell’obbligo, l’intero primo ciclo ( non solo la primaria) ha funzione promozionale e deve garantire a tutti un percorso ottennale unitario e coerente. Permettendo a tutti di sviluppare competenze e abilità strumentali di base. La scuola è un diritto che non può essere subordinato a premi e punizioni. Se interrompe questo percorso tradisce la sua funzione, bocciando boccia se stessa.

Non è indotta ad autointerrogarsi sulle cause degli insuccessi cercando le strategie più efficaci di contrasto dell’insuccesso.

Il segreto del successo e di una valutazione efficace è infatti la revisione della programmazione e della metodologia da parte dei docenti,  non lo scaricare la colpa degli esiti sugli studenti.

3) RIGIDITA’ DEL SISTEMA  : purtroppo il nostro sistema scolastico, con classi formate per età senza  quasi mai la possibilità di organizzare   attività per classi aperte, con un insegnamento che si rivolge a tutti nello stesso modo, a seguito della bocciatura propone il modello della classe precedente che si ripete. Nei primi mesi della ripetenza i bambini bocciati  possono dare l’illusione di stare al passo, poi, se non vengono organizzate attività di insegnamento individualizzato, ricadono nell’insuccesso.

Invece di bocciare, la scuola deve avviare subito attività affidate alla didattica del “fare”, l’ insegnamento individualizzato.(  recupero e potenziamento delle  abilità strumentali di base, offerta di  una varietà di stimoli, lavoro a piccoli gruppi, a coppie, in cui far vedere come si fa e far provare, costruire schemi  buoni modelli,  a partire dal corpo, attraversando le fasi ben descritte da Bruner della manipolazione, della rappresentazione, della simbolizzazione  ).

Non dovrebbe, la scuola, disperdere tempo ed energie preziosi per allenare alle prove INVALSI. Se queste sono prove ‘autentiche’ dovrebbero essere affrontabili con il normale strumentario del curriculum scolastico, non tramite esercitazioni da manualetti.

4) i bambini con la bocciatura perdono i compagni e gli amici che fra l’altro continuano a vedere durante la ricreazione ma che non fanno più parte della “comunità della loro classe”. Questo fatto aggiunge una frustrazione affettiva oltre a quella dell’insuccesso.

5) Perdono la fiducia di base e quasi sempre anche “l’autoefficacia” la cui perdita  provoca una caduta verticale della motivazione. (proviamo a pensare all’ultima competenza che noi adulti abbiamo appreso, che quasi sempre è quella digitale: cosa abbiamo pensato di fronte alla caduta della nostra autoefficacia davanti alle difficoltà, non essendo nativi digitali, senz’altro abbiamo pensato di mollare tutto. I bambini bocciati, che hanno assaggiato purtroppo il sapore amaro dell’insuccesso,  spesso sena cognizione dei motivi del loro scacco, si demotivano irrimediabilmente. Inutile lamentare poi gli alti numeri di dispersione e abbandono negli anni successivi quando siamo noi a prefigurarne le basi)

6) I bambini bocciati spesso vengono “dimessi mentalmente” dai docenti che pensano che non ci sia tanto da fare per loro… (  in classi numerose, con vari problemi all’interno- sono state tolte le compresenze, ore di discipline,  risorse per la progettazione, smantellati i team,.…)

7) ‘BOCCIARE SERVE’? EMOZIONE E CONOSCENZA

Due sono le motivazioni che vengono sostenute:

  • Una versione ‘punitiva’
  • Una versione ‘pietistica’ e compensatoria: ‘hanno bisogno di più tempo’ ‘ a causa delle lacune non ce la fanno, devono recuperare’

Pensiamo alla scuola secondaria di primo grado, l’età più fragile. Il colpo inferto all’identità, alla stima di sé, non può avere effetti positivi. Non è vero che la bocciatura serve a far impegnare di più, si traduce in uno stigma.

Se è vero che lo studio é interesse e passione, non lo si può stimolare o addirittura indurre con la bocciatura. La prof.ssa Daniela Lucangeli dell’Università di Padova,  esperta in meccanismi di apprendimento collegati alle ricerche in neuroscienze, afferma lo stretto intreccio fra il controllo delle emozioni e il pensiero razionale a livello di sistema nervoso. Se l’ amigdala sviluppa un senso di impotenza che lei definisce come ‘appresa’ si genera ansia e  un blocco anche del pensiero e quindi dell’apprendimento.

8) PARTI UGUALI FRA DISUGUALI

Si dice che non è giusto ‘premiare’ chi non studia. Ma non si può considerare  allo stesso modo chi ha interiorizzato la passione per lo studio e chi per motivi diversi non investe energia in questo ambito. Chi ‘sa’ studiare è fortunato, ha già la sua ricompensa nella scoperta del valore della conoscenza ( d. Milani) non ha bisogno di rinforzi esterni.

9) I MAESTRI

In Italia abbiamo molti esempi di maestri che non danno voti e non bocciano., maestri ‘storici’  da Lodi a Ciari a Manzi Gisella Galassi, a maestri dell’oggi,  Lorenzoni, Tamagnini, e tanti altri che   hanno indicato come procedere naturalmente sviluppando le capacità di pensiero dei ragazzi quando troppo spesso la scuola è luogo  e fonte di dispersione del bene più prezioso, il pensiero.

10) SMANIA DI CONTROLLO

E’ paradossale che l’imperativo di bocciare venga da un ordine di scuola verso gli ordini precedenti, dalla secondaria di secondo grado verso la media e la primaria,  come se questo controllo garantisse efficacia e severità: è un rovesciamento del ciclo di vita a vantaggio di che cosa e di chi? per tutelare quale pretesa di eccellenza? Si afferma che la scuola che non boccia ‘fa finta di nulla’. Quando è la scuola che boccia che, facendo ‘parti uguali fra disuguali’ ( d. Milani)  non vuole vedere disuguaglianze, disagi, culture diverse che mal si interfacciano con la monocultura scolastica.

Quando si afferma come nella petizione ‘change.org’ lanciata dagli ex allievi di don Milani che negli scorsi anni gli alunni bocciati alal primaria sono stati 11.866 nel 2015 e 11.071 nel 2016, si risponde con un’alzata di spalle ‘APPENA il 2%’ ( evidentemente una scuola poco seria che non sa e non vuole scremare da subito).

E’ evidente l’intenzione malcelata di avere al passaggio alla secondaria un’utenza già selezionata: il lavoro ‘sporco’ ai livelli bassi.

Quando invece ogni ordine di scuola deve assumersi le proprie responsabilità, prendersi cura degli studenti che ha, di tutte le differenze che rendono una classe un gruppo da modellare e trasformare in comunità di apprendimento, non in somma di individui, senza indebiti riversamenti di aspettative sull’ordine di scuola precedente con pretese di adeguamento ai propri standard. La pedagogia non è un imbuto a rovescio.